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"NOTE CRITICHE"

Ettore Capuano ricorda Salvatore Cerino sulla rivista  “Breve”, novembre-dicembre 1992

Forza della natura
Figlio prediletto della Natura che ha ricambiato tanta Madre  con un amore infinito; l’ha cantata come nessun altro prima e nel suo splendore si è abbeverato di Luce.

La realtà dell’uomo

Molte volte ho parlato e molte volte ho scritto su Salvatore Cerino ed il mio discorso non è mai stato turbato dai legami di amicizia e di affetto che a Lui mi stringevano anzi ho sempre cercato innanzi tutto l’oggettività perché  ben sapevo come il discorso su Cerino andava fatto tenendo presente le prospettive dell’Eternità e poco ho voluto indulgere alle leggi della caducità.
Parlare di Cerino infatti significa per prima cosa parlare dell’uomo della sua realtà fisica e morale, dei suoi valori e della sua destinazione nel mondo dello Spirito.
Chi crede nell’immortalità dell’Anima sicuramente non si pone i problemi del giorno per giorno, ma anche a voler lasciare da parte questo importante settore della realtà dell’uomo sicuramente resta da vedere le cose nella prospettiva della diuturnità del pensiero e dell’opera poetica. Per avere il passaporto in questo paese è certamente necessario avere una notevole molteplicità di requisiti: primo tra tutti la sincerità e la spontaneità nel proprio discorso e nella propria opera. Cerino aveva questo primo requisito e lo attingeva  direttamente dalla natura. Appena nato, si può dire, egli componeva ed i suoi amici d’infanzia lo conoscevano come “il ragazzo che dice le cose  che ci azzeccano”: Il suo linguaggio fin dall’infanzia infatti è stato efficace e contingente fuori da ogni specie di imitazione e di ripetizione del discorso degli altri. Quando ha voluto ripetere una voce poetica non sua ha tradotto e trasferito nella lingua napoletana il discorso dell’altro poeta lasciandogli la paternità dell’opera ed arricchendola anzi con la sua voce melodiosa di canto come è avvenuto con le sue versioni da Dante e da Leopardi.
Altro requisito per essere proiettati nel futuro è il senso del rinnovamento per realizzare il progresso inteso quest’ultimo nel senso di progredire nel rinnovamento ed a questo riguardo basta verificare la sua opera di avanzamento nel cammino della letteratura napoletana restata nel migliore dei casi ai livelli del “dolce stil novo” predantesco. Nel linguaggio della poetica  napoletana  Cerino ha significato il passaggio alla simbologia dantesca ed all’inrobustimento dell’afflato  su livelli più intensi ed universali. La sua voce ha dato significanze  che coinvolgono l’estetica in affiancamenti all’etica ed alla politica con un discorso logico inventivo a sostegno del sociale.
Se l’opera “ ‘E qquatto staggione”  ci riporta nella visione poetica la realtà naturale  con la freschezza ed i colori; le luci e l’armonia del creato tanto che noi possiamo bere con lui lunghi sorsi di energia vitale; il secondo poema “Ombre”  ci fa slittare nel mondo del surreale e qui il parallelo con Dante è evidente  e facile da cogliere. Dio sospira nella natura attraverso il primo canto e l’Uomo sospira nel Divino nel secondo.
Tutte le altre opere non sono che corollari di queste due prime e servono ad arricchirne i principi fondamentali .
Si potrebbe parlare molto a lungo per individuare gli altri elementi che completano la ricchezza interiore del poeta perché la sua voce giunga nel futuro, ma per Cerino è sufficiente notare ancora la ricchezza; le virtù formali che scaturiscono nel verso come l’oro puro dal crogiolo che lo libera dai componenti di sostegno.
La ricchezza,però, non è altro che il risultato dell’amore che allontana dal disdoro del vizio e porta l’uomo nella sua splendida realtà cosmica. Egli è certamente partecipe della realtà minerale che lo compone, della realtà vegetativa che lo fa
procedere negli anni e di quella animale che gli offre i sensi per gioire e soffrire; ma a queste realtà non può andare disgiunta quella dello spirito che solleva dal fisico al metafisico.
Il passaggio dall’egoismo all’altruismo non si può realizzare in altro modo che nel ritenersi ciascuno parte del “Popolo ‘e tutto ‘o munno sano sano….” Figlio di un padre che non consente trasgressioni  e prevaricazioni e che pretende da ciascuno  l’azione “ c’’o core mmano…”.
Chi si allontana da questa norma non potrà ottenere altro che lotta, odio, avversità, umiliazione, ingiustizia e sovvertimento dei valori stessi dell’esistenza!

L’esistenza e la poesia

Salvatore Cerino è un poeta che non ha seguito manuali, non è nato dallo studio e dalla meditazione speculativa; ma si è incamminato con le sue sole forze nel lungo cammino dell’arte. Si è posto di fronte all’esistenza e l’ha riconosciuta  figlia della onnipresente ed onnipotente natura. La sua immaginazione ne è rimasta colpita ed ha sentito nell’intimo il bisogno insopprimibile di cantare. Ha significato ciò che ha visto e ciò che l’immaginazione gli ha portato vivido all’occhio della mente. Per la tecnica, invece, si è servito degli altri e per primo tra tutti del metro di Dante. Le sue parole sono immagini e le sue immagini sono concetti e l’espressione si fa musica e pittura tesa  alla percezione della verità.
Il tempo, l’età, diventa un ordine secondario. Egli resta sempre giovane perché l’esistenza nel momento vitale è solo presente. Nel presente egli è tuffato e la poesia agisce come la fiamma che scioglie i metalli e li fonde in una nuova vita che ha principio solo nel presente e vive sempre in esso.
Il relativo non conta proprio perché le dimensioni perdono le proiezioni del caduco, del provvisorio per essere l’assoluto.
L’età dell’esistenza non si gradua in un prima ed in un dopo ed anzi essa è sempre sullo stesso piano. C’è il giovane, il muratore ed il vecchio, ma essi sono passaggi per un presente coesistente: In ogni tempo, in ogni spazio la civiltà è unica ed è l’attuale della vita gradata per il poeta che lo liba nel calice eterno del momento.

                       
Il cosmo l’io e Dio

La realtà fisica dell’esistenza ha importanza in funzione dello svolgimento della civiltà che in essa si sviluppa. L’uomo come ogni altra realtà è destinato alla tensione verso  l’evoluzione ed il poeta ha un grande compito da realizzare: fornire a tutti gli altri una parte della propria ricchezza.
Il cosmo è fatto di essenze visibili e di essenze invisibili e l’aria è una di queste essenze ed è la più semplice come la più dolce.

E’ tutto nu Miraculo d’Ammore,
‘e luce  e d’armunia
Ch’allumma ‘o sentimento e schiara ‘o core
Pe tanta poesia.

Il cosmo è fatto di Sole  che risplende nell’aria ed è fatto di acqua che forse ci ricorda il pianto; ma anche il pianto è necessario quando il cuore è coperto ancora della neve della sofferenza dell’Inverno. Poi la neve si liquefa e resta l’aria dolce che il poeta sospira e canta.
Il ciclo della natura insegna all’io la forza nella perseveranza perché non c’è inverno gelido che la futura  Primavera non saprà riscaldare sempre che nell’anima ci sia la pianta del sentimento che sa mettere gemme e poi fiori e frutti.

 
Dal  <<Gazzettino del Lazio>>  del 30/11/965
 

<<OMBRE >> è  il  “poemetto in dialetto napoletano” di salvatore Cerino: poeta dialettale napoletano Dal nome già bene vagliato ed apprezzato da critici e competenti, sin da tempo e per tutti l’indimenticabile Libero Bovio, figliuolo del nostro maestro di filosofia Giovanni Bovio: e nel canto popolare napoletano v’è pure sempre della filosofia
Né altri  più di Libero Bovio avrebbe saputo rilevare la vena promettente dell’esordiente poeta dialettale, oggi autore di OMBRE con  “Selva scura”, il primo canto dell’Inferno della Divina Commedia in dialetto napoletano.
L’arte del Cerino è viva come la sua stessa anima buona e sentimentale, nata e nutrita  a contatto della gente modesta che soffre e lamenta le ingiustizie sociali e alle volte della natura matrigna, ma non si degrada neppure col pianto! Perché quello che vale e tutti lo dobbiamo sapere è la virtù del bene, cioè l’azione del bene, ricchezza dello spirito ch’è luce ed ognuno può esercitarne la propria  da qualsiasi posto sulla strada della vita che percorre, anche diseredato senza fortuna.

Ecco la dedica:
“A chi nun sape chiagnere
e  tene ‘o core afflitto
a chi ha sufferto e soffre ancora ‘o mmale
e a chi capisce ‘o bbene”.

Così la rivelazione dell’artista, uomo di cuore, ch’è il Cerino; egli che soffre ed ama il prossimo suo e gli vuole bene: né è poco capire ed individualizzare il bene  soffrendo e rimanere solamente afflitto!
Pertanto si delinea la “Selva scura” ch’è il Primo Canto dell’Inferno: ed Egli vi penetra con Dante, in dialetto, quasi a volerne sentire lo stesso Poeta Divino nell’età di quando la nostra la nostra lingua era ancora dialetto volgare, e si faceva strada già colla Corte Sveva in Sicilia, ed anche a Napoli dove Federico nel 1224 decretò la fondazione della sua Università: e così l’arte poetica a contatto di popolo, della gente che parla in dialetto!
Vero è che l’anima  del poeta dialettale Cerino è legata e viva quella del nostro popolo; pertanto si culla sull’onda della vita e ne assapora il bel sole di Napoli ed il mare  quando tiepido e quando nero di ombre paurose, col pensiero dalla sirena a Mazzini in religiosità di “Dio e Popolo” : “Popolo e Dio songo  ‘a stessa cosa! (egli dice)…Sta “ voce ‘e Popolo  / è vvoce ‘e Dio!”.
E’ una voce considerevole d’umanità, calma e carezzevole di armonia per chi tiene il cuore afflitto e non sa piangere e capisce il bene che è con noi, prossimo nostro, tra noi legati, attaccati  “comme ‘a calamita” e se vogliamo gioire occorre pure che il prossimo per lo meno non soffra!
Occorreche la luce del nostro animo arda d’amore ed ognuno si senta “figlio” nel mondo “sano sano”!.

 

INTERVENTO DEL PROF.  RENATO FILIPPELLI
ABACINE -  21 OTTOBRE 1995   

“Io vorrei  innanzitutto  esprimere il piacere che ho, stando qui, ad assolvere un vecchio debito di parole, debito che ho contratto con Salvatore Cerino al quale ho  volte promesso, senza poi mantenere la promessa, un intervento pubblico, una testimonianza sulla sua poesia. Sono lieto di essere qui tra amici: il prof. Elio Brunop, Ettore Capuano generoso, valoroso che stimo da una vita.
Nell’economia del tempo che mi è stato assegnato, un’analisi puntuale, un’analisi critica di un poeta di vena così abbondante come Salvatore Cerino, è praticamente impossibile. Io posso promettere solamente un discorso serio nella sua brevità, un discorso                    non disimpegnativi, insomma, un discorso che gratificando l’amicizia, salvi anche la faccia della personalità critica.
La critica. Esistono due tipi solennemente costituiti  di critica: la critica di genere maschile e la critica di genere femminile.
La critica di genere femminile tende alla supinità, all’abbandono estatico, viceversa, la critica di genere maschile tende un po’ all’aggressività, instaura con l’autore una sorta di braccio di ferro e non riposa se non ha la sensazione  di averlo steso. Io questa sera praticherò come del resto è mia abitudine, un genere di critica androgina, sensibile all’abbraccio del poeta, ma non disposta ad abbandonarsi con gli occhi completamente chiusi. Inizierò con un approccio di tipo tematico, un approccio non facile per la verità, perché Salvatore Cerino, come ogni poeta di respiro largo e profondo, batteva su una tastiera di motivi molto ricca e varia, tuttavia ritengo possibile individuare una ricorrenza ed emergenza di un’egemonia di alcuni nuclei tematici nella sua poesia, ad esempio, il tema della natura, il tema dell’amore, il tema sociale e il tema religioso.Vogliate seguirmi lungo questo percorso ricognitivo.
Bene, il tema della natura pervade e serra in se tutto intero, il primo volume di Salvatore Cerino, questo poemetto dal titolo vivaldiano “’E quatto Stagione” che con tutti i difetti che accompagnano solitamente l’esordio giovanile, Salvatore aveva allora vent’anni, rimane a mio giudizio, una delle cose più alte di lui, per la ricchezza e la frescura delle immagini, per la grazia delle modulazioni, per la pregnanza della sostanza emotiva e sentimentale e soprattutto per la capacità davvero stupefacente in un ventenne di accordare vivaldianamente appunto,  le varie parti che formano il tutto, Ora, dovendo esemplificare le virtù paesaggistiche e paesistiche del Cerino ventenne, ho solamente l’imbarazzo della scelta. Vi leggerò alcuni versi nei quali certamente coglierete non soltanto la straordinaria mobilità dell’invenzione fantastica, ma anche cert’arguzia sapida, saporita nella scelta lessicale, nella scelta di un dialetto che almeno qui somiglia piuttosto a quello selvatico e fragrante di Raffaele Viviani che non a quello filtrato, raggentilito, portato fino alle soglie della lingua nazionale di Salvatore Di Giacomo. Scelgo da questo poemetto pu passo de “l’Estate”.
“Era nu juorno ch’arzuleva ‘o sole
che pace, che silenzio p’’a campagna!...
ca p’’o ccuntà se stracquano ‘e parole.
‘O sole ‘e fuoco ‘a copp’a na montagna
durava ‘e vvite, ‘e frutte, e suspiranno
sentevo ‘addore ‘e verde… ma su lagna

era sta terra… e llà, sulo, guardanno,
sudavo p’’o calore e ‘a camminata.
Stanco, assettato all’ombra, po’, penzanno

Sott’a na vita d’uva acra e inceppata.
Pazziava  na lacerta attuorn’’e piere.
E na palomma gialla puntiata

Purtaie appresso, po’, frisco e leggiero,
nu ventariello ca m’accarezzaie
sta faccia tutta nfosa. Che piacere!...

‘O furaniello ca me rinfriscaie
contro ‘o calore e ll’afa d’’o levante!
Turnaie a cammenà: Llà m’asciuttaie.

Stanco ‘e calore, mentre ievo nnante,
sento ‘e cantà ‘na voce, chianu chiano,
ca m’attiraie cu ll’eco, n’ommo ‘e sante,

llà, scammesato, cu na zappa mmano,
nfuso ‘e sudore e ll’era tanto caro
stu canto antico e doce ‘e furetano:

“Scetate, bella mia, ca è ghiuorno  chiaro”.
Spianno ‘e na funtana a llà vicino,
m’accumpagnaie abbiscio a nu cellaro

dannome na bevuta ‘e chellu vino
frizzante e cchiù squisito d’’o muscato:
se ne scennette nganna, doce e fino

ca me sestetto tutto ripigliato!
E nun vulette ‘e solde, sulo ‘a mano
‘o dette, e fuie pe’ mme n’ommo avocato!

Pirciò, pe’ mme ncampagna  tutto è strano…
“Bongiorno ‘ossignurì, bona jurnata!”
isso dicette … e ncielo n’arioplano

passaie, mentr’io guardavo appantanata
ciert’acqua morta e ‘a dinto pazziava
na ranugnella meza appassuliata.

Luntano… nu vapore che siscava…
e ncontro a sta cuntrora  io piglio a via
c’’o suonno ncopp’all’uocchie che pesava.

‘O sole me metteva mpecundria
e ll’evera addurosa e frisculella,
metteva ‘int’o silenzio n’allegria.

Va svulacchianno quacche palummella ;
doie fanno l’angarella ienno attuorno;
n’ata appezzata ncopp’a na frunnella

d’erba gialla abbruciata, e pe’ contorno
ce stanno mosche e vespe, runzianno,
ca fanno dint’’e rrecchie nu taluorno,

Comme auciello, appena va vulanno
quacche fucetela  sgrassata ‘e forma
e quacche ciurlo giallo zumpettianno

Quanta muschille che tavane a chioma
Che vanno attuorno sott’’o maistrale –
Ncopp’’o turreno s’eva fatto l’orma:

durmev’’o frisco ‘o cane ‘e zi Pascale.
‘O sole ‘e fuoco fronte è scucciamiento!
E io piglio ‘a stata ‘a dint’a nu canale

ch’era  na cupa ‘e morele, ma ‘o viento
passava lento, quase rengrisciuso…
e p’’o bruciore nfaccia, ero scontento.

.  .  .  .  .  .  .  .  . ..   .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  . 

Considerate che questi versi sono stati scritti da un ventenne. Il tema paesaggistico è presente anche in quest’altra raccolta intitolata “Ombre”, perché il quadro dell’Umanità che si travaglia, per esempio, il quadro dei pescatori di Mergellina, il quadro degli operai degli altiforni, è rappresentato  con adesioni simpatetiche allo sfondo del paesaggio incantato di Posillipo e di Mergellina e non è un caso, non è senza ragione che su questo quadro di umanità addolorata, introvata, scenda l’epifania del sole come simbolo di speranza e di rinascita ed è giusto che legga, è giusto che sia la voce del poeta ad occupare lo spazio e non quello del critico.

‘O sole! ‘o sole ‘e fuoco  e risbrennente!
E a mare ce lucevano  brillante!
‘A luna scumparette pe’ punente,
nduraie ‘o sole ‘e ccose tutte quante.
Sentette all’aria
Sunà e  ssirene
(e ‘o sango smovere
‘a dint’’e vvene)…

ca salutavano
ll’umanità
mmitanno ‘o popolo
a ffaticà!

Già faticavano
Dint’’e cantiere:
fummechiavano
‘e cemmeniere

p’’o cielo limpido
Squaciune e allere
Me salutavano
Cu’ nu piacere.

Notate  nella parte conclusiva, la festevolezza del ritmo, d’accordo con Morioni che parlava di signoria della metrica da parte di Cerino e questa festevolezza della metrica è attuata attraverso l’impiego di versi brevi o brevissimi, ternari, quaternari, quinari, con prevalenza del verso sdrucciolo.
Il tema della natura è presente anche in quest’altro poemetto intitolato napoletanamente “Martellina”, non Mergellina che è edizione francese e anche qui è straordinaria la capacità icastica. Cerino era un pittore dalla tavolozza ricchissima, anzi, a volte, fin troppo ricca, per cui, se proprio vogliamo dare soddisfazione alla critica, qualche ridondanza, qualche intemperanza qua e là s’avverte ma questo non significa nulla perché anche Omero, il “divo” Omero, ogni tanto dormicchia.
Ecco, vado avanti accelerando un po’ il ritmo, l’elemento naturalistico, voglio dire, il sentimento della natura, s’insinua persino in quest’altro  libro che s’intitola “Lassammo perdere”, poema sociale che è il più riuscito dei libri di Cerino, un libro in cui il realismo talvolta è crudo, intemperante, perché vi si dispiega una vena acre di satira contro le deficienze morali e sociali del nostro tempo. Ebbene, il rischio della monotonia e quello che  è ancora più grave, dell’infiammazione tribunizia, vengono esorcizzati proprio dalle soste paesaggistiche che riconducono la poesia di Salvatore Cerino, nell’alveo della sua ispirazione più autentica. Leggerò a pag. 96.
Nelle pagine precedenti, come ho detto.     .     .   .    .
A volte con punte di acredine misoginica, piuttosto strana  in un poeta come Salvatore Cerino che in fondo, ha sentito come pochi il fascino dell’eterno femminino, ma vedete come si aprono queste largure paesaggistiche, è come se il poeta che si è prestato provvisoriamente all’ambito della satira, poi si rappropri del proprio habitat naturale e torni ad essere il lirico del paesaggio, il cantore della natura.
“Ll’aria era fina
quann’’a matina
m’accarezzava
chiena ‘e freschezza
e m’abbracciava
nfosa’’e rusata!
Che tenerezza
chell’aria pura!
me sublimava
Mmiez’’a  Natura!!
Cercate di ricordare questo verso, me sublimava…perché così più facilmente potrete comprendere anche quel poco che potrò dire a proposito  del tema religioso e sulla particolare religiosità di Salvatore Cerino. La natura occupa un largo spazio anche in questo altrovolume intitolato “Pausilipon” che reca una prefazione affettuosa dell’illustre Giovanni Artieri. Qui Salvatore Cerino compie lo sforzo maggiore
Per sciogliere il proprio rapimento paesaggistico sulla musica pura, sulle orme questa volta, del migliore Di Giacomo. Abbiamo davvero l’impressione che il poeta lavori la parola per liberarla da ogni gravezza, da ogni fisicità , come per trasformarla in fiato di musica pura. “De la musiche avant tout chose” aveva ammonito Verlaine, nella lirica “Manifesto”, musica soprattutto e Salvatore Cerino, il quale, forse, non aveva neanche letto Verlaine, qui si propone come epigono verlainiano. E’ vero che a volte, ma sono pochi questi momenti, il registro tonale sembra scadere nel registro della canzonetta facile e banale, ma il più delle volte abbiamo una musica obliviota, è come se attraverso la musica, Cerino riscoprisse il battito elementare della vita. Io sono perfettamente in linea con quello che  diceva l’amico Alberto Mario Moriconi.
Non si può dare poesia senza ritmo, il ritmo è l’anima del mondo. Vedete, la prima scoperta  del mondo nel bambino avviene attraverso la musica che regna. Certo, possiamo anche dissentire da quello che dice Verlaine, forse radicalizzando i toni di verso  e musica e tutto il resto è letteratura, però, anche i grandi poeti di idee, i grandi poeti di pensiero sono tali, prendete il caso di Dante, provate ad immaginare la -Divina Commedia- senza quel particolare impianto metrico, se non ci fosse quella melodia, avremmo una pura e semplice ripetizione, almeno per quanto riguarda la terza cantica, della “Summa teologica” di S:Tommaso d’Aquino. Poi l’ultimolibro, credo che sia l’ultimo, in cuila natura spazia sovrana. Anche qui la celebrazione di Posillipo, di Mergellina, di questi gioielli, di queste gemme che formano il diadema di questa città sventurata quanto si voglia, ma pur sempre bella come una regina. Qui ho avvertito la presenza preminente della struttura narrativa. Voglio dire che certe tonalità esclamative molto frequenti….Apro una parentesi: Cerino era fatto così, nella sua natura di esuberante sottolineava non solo con la gestualità a volte ieratica, da profeta dell’antico testamento e talvolta anche da gittare un aedo come diceva l’amico Moriconi, ma anche proprio nel segno grafico abusava  dei punti esclamativi. Ora, questa esclamatività può dare anche dei fastidi, a volte, in questo libro, invece, si intreccia e come dire, si riposa nel respiro pacato del racconto. E il racconto evoca le bellezze di Napoli, piazze, chiese o sodalizi amicali, incontri di amici, soste conviviali sotto la luna o davanti all’incantesimo del mare, nello spirito dell’amicizia e della poesia. Ascoltiamo per un po’ puesto Cerino paesista e raccontatore “Criai nu bagno ccà:
“Lido del Sole”
terrazzo allarga-core  mmiez’’o mare
ch’addeventaie ‘o bagno ‘e tanta artiste!
Se ne so’ fatte feste e recital
Organizzate ‘a Ettore De Mura,
d’’o sottoscritto, Ada Sibilio Murol
Mario Balzano, Angelo Di Giacomo
E tante ca me vonno tantu bene…
Serate ‘e purpetielle e calle ‘e trippa
E cozzeche e taralle e capunate,
‘o vino paisano d’’a Cullina,
mellune ‘e fuoco
e cielo ‘a luna chiena,
lampare e ‘o piscatore che danzava
attuorn’’o bagno e che divinità.”
Stile conviviale, quello di – Lassammo fa a Dio -.
Chiudiamo col testo che può essere anche una chiave di lettura per molti altri aspetti che ormai restano fuori dal mio discorso.

“Chell’ellera, quanta presentimento,
attorno a sta funesta ‘e faccia, conta…
ca me ricorda ‘ammore ‘o cchiù possente!

Saglie na pianta ‘e rampicante e pronta
Se vo’ ntriccià cu ll’ellera: fra tante
Pur’Essa, llà, cu ‘a Primmavera sponta.

Che desiderio ‘e se ntriccià sti ppiante
Ca ncatenate nun ‘e sfronda ‘o viento!
Natura e Bene ntrecciano  ll’amante

E dint’all’aria cresce ‘o sentimento.

Vedete questo suggello musicale, questo lirico sospiro con cui si chiude il componimento. Quanto al tema sociale, esso si affaccia più nella raccolta “Ombre” dove il poeta si domanda se sia legittimo per lui vivere come vive, cioè chiuso nel vagheggiamento solitario della poesia della contemplazione della natura, mentre intorno si consuma la tragedia di tanti e tanti esseri umani nella stretta dell’ingiustizia
e della miseria, ma a rilievo maggiore e si definisce anche con risultati più consistenti dal punto di vista della creatività, in “Margellina”  e in “Lassammo perdere” che non per nulla è sottotitolato  - poema sociale - ……
Che questo tema sia completamente sterile, no, però io ho la sensazione che esso sia meno fecondo degli altri, voglio dire che a volte, il lettore ha la sensazione che Cerino, alzando troppo la voce, finisca poi col non esorcizzare quei rischi che incombono sempre sulla poesia civile, cioè completamente rischi  della infiammazione retorica, però bisogna dire che anche in quei componimenti che meno persuadono dal punto di vista del risultato poetico, piace sempre la forza, l’energia, l’icasticità del dettato del linguaggio. Invece, un tema sempre fecondo di poesia è il tema religioso. Certo, per Cerino non sipuò parlare di religiosità nel senso confessionale della parola; non si saprebbe dire quale aggancio esista tra la religiosità del Cerino e le religioni storiche positive. La sua è una religione che non sopporta di essere chiusa nelle formule rigide e definite, è una religiosità naturale, una religiosità laica e larica, da intendersi come anelito verso l’infinito, come bagno dell’armonia  cosmica dov’egli trova un Dio che non è  né fuori, né al di fuori della natura, ma è nella natura stessa, anzi, è esso stesso natura, è il primo respiro delle cos, è il momento in cui le cose raccontano al poeta il loro palpito primigenio, la loro verginità.Ed ecco perché nei momenti  migliori della poesia di S.Cerino il naturalismo ed il misticismo si fondono e convivono in una sorte di simbiosi vitale.
Qualcosa  di simile avviene in certe poesie ingiustamente dimenticate  di Tommaso Campanella che non fu soltanto un filosofo, ma anche un poeta certo di genio del Rinascimento, per il quale, la Natura era la statua vivente di Dio. Cerino, dedicando il poema “Margellina” alla cara memoria del padre, ha scritto questi versi.
In riferimento ai componimenti che compongono il libro:

“ …. Songo faville ‘e st’anema,
gocce ‘e rusata limpide,
so’ luce-luce e volano:
scintille dint’’a  ‘st’aria
comm’a ll’essenza ‘e Dio!...
So’ ‘e nnote ‘e tanta musica
Ca musica se fa.

A volte Salvatore Cerino identifica Dio con il sole, forse ricordando “Il Cantico delle creature” in cui Messer lu frate sole è identificato con la significazione dell’Altissimo, il sic, l’epifania dell’Altissimo. Io credo che pochi poeti abbiano amato il sole come lo ha amato Salvatore Cerino. Voi ricorderete certamente quei versi mirabili del Foscolo nei “Sepolcri” ; - rapia agli amici una scintilla al sole/ a illuminar la sotterranea notte/ perché gli occhi dell’uom cercan morendo il sole/ e tutti l’ultimo sospiro mandano i petti alla fulgente luce.

Io non so come sia morto Salvatore Cerino, come  sia uscito dall’agonia, ma mi piace pensare che l’ultima delle sue nostalgie sia stata per il sole di Napoli. Io sono un credente lieto di esserlo e allora spero che Dio abbia accolto  Salvatore  Cerino poeta, ma anche uomo buono, mite, onesto, probo, in un sole più grande di quello che Salvatore vedeva risplendere sulla collina di Posillipo o sull’area di Mergellina.
 
INTERVENTO DI ELIO BRUNO

Noi siamo tra coloro che hanno sempre riconosciuto  alla  produzione letteraria in dialetto importanza e validità estetica. Amiamola incisività, l’immediatezza delle forme vernacole, specialmente in poesia ed abbiamo letto con vivo interesse tutto quanto è stato scritto nella parlata popolare della nostra nazione dal ‘600 ad oggi, particolarmente a Napoli e a Roma. Ecco perché abbiamo gustato ed apprezzato la spontaneità e l’efficacia delle sillogi liriche di Salvatore Cerino scomparso nel mese  di aprile ’92 e dobbiamo riconoscere che forse la questione del dialetto non è stata sufficientemente approfondita dalla critica. Qualche studioso ha vagamente  accennato, in senso limitativo, al dialettismo reperibile nelle opere di alcuni grandi narratori meridionali del ‘900, altri hanno sempre trascurato, volutamente, il gettito letterario vernacolo, pochi lo hanno convenientamente e sufficientemente esaminato, nella giusta proiezione creativa e linguistica. Qualcuno addirittura non conosce la poesia nata in Campania  dal ‘600 appunto, fino a Cerino. E’ il caso di FrancoBevini, un critico che nel 1988 ha curato per una importante casa editrice torinese, una faziosa e parziale antologia intitolata – Poeti dialettali del ‘900-. Noi che abbiamo il vizio di leggere tutto quanto si scrive in Italia, di documentarci sistematicamente, così ci hanno abibituato in famiglia, fin dalla prima infanzia, reagimmo veemente, quando la suddetta antologia fu posta in circolazione nelle librerie e scrivemmo un lungo articolo su un quotidiano di Napoli, nel quale respingemmo sdegnatamente le motivazioni, i criteri di compilazione e di selezione che avevano animato Brevini nel suo fallito tentativo di edificazione di una forma d’arte tra le più significative in Italia.Occorrerà trattenerci sul lavoro di Brevini prima di affrontare il riesame della tematica poetica di Cerino, a noi caro, anche per     …….
affettuoso, talvolta,  perché quello del nuovo critico è un tentativo maldestro di visione ridotta di manifestazioni artistiche e durature non appena una demistificazione di un tono di arte  che ora è stato acquistato dal patrimonio culturale italiano, ma una vera e propria dissacrazione.
Non finiremo mai di occuparci di occuparci dell’importanza e della validità della letteratura in vernacolo, della sua incidenza sulla produzione nazionale. Dopo tanti risultati significativi raggiunti della metodologia e dalla teoria critica con superamento di vecchie e logore   sistematiche, c’è ancora chi discute dell’autonomia dei mezzi espressivi, dei modelli artistici dialettali, come se a questi ultimi difettasse una capacità appropriata di sintesi tra contenuto e forma, tra intuizione ed espressione. E’ come se i poeti in vernacolo fossero afflitti o contagiati dal male oscuro dell’eteromorfismo o dell’eteromia. Nessuno ha dimenticato le antiche  querelle imbastite sulla durata delle espressioni estetiche in vernacolo dopo che il dialetto napoletano perse il suo primato di lingua ufficiale del regno delle due Sicilie, dopo il raggiungimento  dell’unità nazionale. Il dialetto artisticamente ha sempre  proceduto di pari passo con la lingua, spesso mutuato dalla poesia popolare, dalle sue tradizioni orali tramandate di generazione in generazione, spunti, occasioni, voci, motivi di canto. Nell’antologia di Brevini  erano allineati 18, appena 18 poeti dei vari  idiomi regionali, alcuni noti come Marin, Pisolini, Noventa , Guerra, Giacobini, altri meno noti. Ma con ciò, non si vuole muovere una critica all’importanza della loro ispirazione, né alle capacità linguistiche e trasfigurative, conoscendo tutti che la pubblicistica dialettale si muove in un circuito di difficile distribuzione libraria che non copre l’intera area del territorio e che produce diffusioni nella diffusione e nella conoscenza dei testi. Si vuole sottolineare invece, non tanto il criterio sia pure discutibilissimo di alcune presenze inutili, quanto, soprattutto, quello incompleto e raffazzonato e le assenze ingiustificate. E qui risalta come un pugno nell’occhio, l’assenza totale della letteratura napoletana, come se noi non potessimo vantarci di un grande poeta qual è Salvatore Di Giacomo che Benedetto Croce riscattò insieme  con altri critici di educazione storicistica  e romantica dal                      ingiusto  e colpevole che sapeva di congiura di quanti                                                                                
saggisti, delle volte. Ci piace ricordare la definitiva  sistemazione storica e dottrinaria operata da critici che dopo Croce si chiamavano Francesco Flora, Renato Serra, che morì giovanissimo sul Po di Gora nel 1815, Adriano Tilgher, Francesco Bruno, Lorenzo Grasso, Alberto Consiglio, Mario Vinciguerra, Pierpaolo Pisolini. Ma le sorprese non finirono qui, perché al lettore attento non sfuggirono certo le  assenze ingiustificate di Russo e di Viviani, di Bovio, Murolo, Galdieri  Capurro, fino agli ultimi solo nel tempo: E.A.Mario, Nicolardi, Chiurazzi, Cerino, che non furono certamente  epigoni o stenterelli di Di Giacomo e che pure avevano conquistato un loro spazio autonomo di invenzione lirica. Non maggior bene toccò a Roma; il compilatore vistosamente dimenticò o volutamente tralasciò Cesare Pascarella e Trilussa, ricordandosi del bravo e noto Mario Dell’Arco pseudonimo di Mario Fagiolo, ma Brevini ciò non menziona, solo per motivi di colleganza professionale, avendo citato la fondamentale antologia – poesia dialettale del ‘900 -, un titolo quasi uguale a quello da lui prescelto, architettato da Dell’Arco in collaborazione con Pasolini, non già, per la sua sorgiva vena esplicativa che colpì il vuoto creatosi dopo Gioacchino Belli, Pascarella e Trilussa.  Ancora meno fortuna toccò alla Sicilia: fu trascurato o dimenticato Ignazio Buttitta poeta di Bagheria. Meno male che Brevini ha avuto la bontà di includere la Lucania con Albino Pierro oggi poeta dialettale italiano, più conosciuto e rappresentativo, del quale si sono occupate le cronache dei giornali a proposito di un colossale screzio con Mario Luzi per una presunta e mai avvenuta assegnazione del premio Nobel per la letteratura. Certo, l’organizzazione delle antologie è un mestiere ingrato, perché il curatore, anche non volendo, finisce per obbedire ai suoi gusti personali non obiettivi, alle simpatie e gli esempi non si contano, antologie di poeti non ad uso scolastico, beninteso, senza malafede, ne conosciamo parecchie, da quella di Giacinto Spagnoletti che edificò nel 1946 e nel 1950 la lirica italiana dopo la fioritura dell’ermetismo, dopo l’affermazione dei primi postermetici, a quella di un intelligente critico napoletano  ahimè presto dimenticato dalla furente iconoclastia del nostro tempo, che per primo fece conoscere in Italia la poetica di Paul Valerie, diciamo Alberto Consiglio, autore di “ un’antologia dei poeti napoletani”  dedicata con ampie vedute e potere di discernimento teorico e dottrinario alla poesia dialettale partenopea. Rammentiamo solo perché entrano nell’economia del nostro discorso, discorso dedicato a Cerino,  quella di Giannantonio Sbotto e VittorioMastelli, l’altro diLuciano Anceschi e Oreste Macù, “Lirici Nuovi” del 1943 e “Lirica del 900” del 1953, quest’ultima insieme con Sergio Antonelli e raggruppa i nuovi e nuovissimi “Studi per un’antologia” 1958 di Mario Costanzo. Potremmo continuare a citare e l’elenco sarebbe abbastanza lungo, la disinvoltura di Brevini ci sorprende; davvero la poesia dialettale in Italia si riduce all’esiguo e scarno campionario di diciotto rappresentanti?  E’ un esempio di contraffazione storica e di manomissione bibliografica: Esula ogni intenzione critica che valga a chiarire o quanto meno a ricordare la vexata quaestio dei dialetti e della lingua. E’ coerente un corredo di studi e di problematiche fondamentali delle tematiche dell’aapparato critico, scientifico e filologico. In questo modo, il panorama della letteratura in vernacolo si depaupera, appena diciotto esemplari di contro aalla presenza di centinaia di voci genuine particolarmente a Napoli, di ampio respiro immaginativo e fantastico; a che cosa è ridotta la mappa della realtà geografica poetica, che ne è uscita travisata  e mutilata con le assenze per esempio, di Vivaldi per la <liguria, di Canotto per il Veneto, di Bastia per la Calabria, di Bartolini per il Friuli. Più avanti ci si occuperà brevemente della sorprendente e tanto singolare antologia di Elena Croce. Ecco perché noi abbiamo esultato quando abbiamo visto il nome di Cerino citato a pag.859 del l’Itinerario della Letteratura italiana “ di Renato Filippelli, ediz. Il Tripode, 1990, una bella e informata storia della letteratura italiana e secondo noi va al di là dell’impegno e dell’osservanza scolastica e didattica, per diventare un ottimo testo di consultazione e di esegesi aggiornato e formativo soprattutto per i giovani lettori. Il discorso su Cerino, infatti, non è ancora chiuso, ha bisogno di approfondimento, di sviluppo, di arricchimento. Anche chi vi parla in questo momento, si è avvantaggiato della conoscenza di un aspetto particolare della sua coscienza, quello religioso e lo ha potuto in tal modo,  inserire nel prospetto di un bilancio della poesia religiosa italiana del ‘900 che si diparte dal grandissimo Clemente Rebora e si dirama attraverso la figura di Carlo Batocchi, David Maria Turoldo. Arturo Onofr, Mario Luzi, Pietro Migliosi, Margherita Guidacci, la più grande nostra poetessa del ‘900, insieme con Ada Negri, fino a giungere ai nostri concittadini citati in ordine alfabetico: Igor Antemi, pseudonimo di Antonio Micciacci, Ettore Capuano, Ferdinando D’Ambrosio, Santo Feliciello, Giacomo Iaccarino.
Vediamo Salvatore Cerino tuffarsi nella fede religiosa in momenti di misticismo, di devozione, di credenza, di abbandoni e la tensione assume il battito di autentico lirismo nella parola che si cariuca di significati emblematici, allusivi, metaforici. “Maria ca si’ ‘o splendore ‘e l’Universo e figlia e mamma a Dio, tu si’ l’ammore!”
Ancora con le interazioni che s’innalzano nelle volte della preghiera e delle invocazioni: “tu ca si’ ‘a mamma ‘e tutto l’Universo e t’accarizze ‘o prossimo suffrenno, fa ca ce rispettammo tuttuquante c’’o bene ca c’esiste overamente e dalle ‘a pace a cchesta Umanità!” e notate come sul semplice clima di una preghiera alla Madonna intitolata “ E Tu Maria”, si sviluppa un canto sofferto, intimo; noi abbaimo pensato alle teorie estetiche dell’abate Abremont che identificava la poesia con la preghiera nel suo famoso saggio del 1926. Preghiera e poesia dai robusti contenuti  teorici. Pure, di Cerino, resta predominante la nota realistica nell’accorta scansione delle assonanze, nelle allitterazioni, nelle cadenze dei ritmi e dell’orchestrazione generale. Sulla sincera tematica religiosa si accampano motivi cantabili, come in questa lunga composizione dal titolo “8 settembre””…misericordiosa a tutte ll’ore / e sott’’o manto ‘e stelle tuio divino  / ce faie sentì l’umanità p’’o prossimo / ‘a tenerezza, ‘o bbene d’’o campà e ‘a fedeltà pe’ tanta verità”. In queste frasi poetiche, emotive risolte in lirismo puro c’è assenza di oratoria, di eloquenza, di declamazione, in una parola, di retorica; è la bravura del poeta, la sua mano ferma che non conosce cedimenti né passi falsi. Ribadiamo che è il realismo la vera radice dell’arte in Cerino, lo strumento critico che ci fornisce la chiave interpretativa fin dal poemetto in terza rima “’E quatto staggione” del 1931, si stempera ancora in “Ombre” del 1964, in “Martellina” del 1974 e confluisce nel poema “Armonie di Posillipo” del 1988, equilibrandosi in queste immagini  e similitudini davvero ispirate e preziose: “Pusilleco carnale e Margellina  se l’abbracciava sempe ‘a tutte ll’ore / co’ murmulio d’’e ffronne le parlava”; facciamo attenzione al realismo  che
dell’arte  poetica e narrativa italiana dal Boccaccio al Di Giacomo, attraversando Bandello, il nostro corregionale Masuccio Salernitano. Avevamo affermato che ci saremmo intrattenuti, sia pur brevemente, sull’antologia  “Poeti del ‘900 italiani
e stranieri” pubblicata da Elena Croce nel 1960, presso lo stesso editore Einaudi  che stampò l’antologia di Brevini. Che strana coincidenza! La Croce sostiene che Di Giacomo si avvale di una concisione lirico drammatica, non contestiamo questa definizione, perché nel nostro massimo poeta c’è una concisione, semmai, liricorealistica, da “O funneco verde” e da “Assunta Spina” a “Ariette e sunette”, di brani di musicalità diffusa e dolce. L’antologista aveva escluso l’inserimento di tre
grandi poeti del ‘900: Pascoli, D’Annunzio, Quasimodo e aveva inopinatamente incluso Francesco Gaeta, in forza dell’autorevolezza conferitole dall’essere la figlia di uno dei maggiori metrappansè: Aveva dimenticato che perfino in Cortese e in Basile intinti di barocco si articola una bolla di realismo quasi coevamente  alla –Lira – e all’A done – do Gianbattista Marino, ci riferiamo alla – Vaiasse ide – di Cortese  e al – Pentamerone – 0- Cunto de li cunte, ovvero l’intrattenimento de li piccerille – di Basile, tradotto da un napoletano antico, barbarico, in italiano moderno da Benedetto Croce. Cerino incarnava la vera anima dell’homo neapolitanus, i suoi sentimenti, la passionalità che si traduceva per l’amore per Napoli, per Mergellina, “mare d’argento” egli diceva con trasporto. Era portatore di un messaggio di fratellanza con i suoi temi sociali. La sua poesia ha l’intelaiatura dei versi, solida e trasparente, cristallina come i lembi del cielo e il colore del mare ch’egli aveva descritto con viva partecipazione umana, con un’andatura, talvolta, di lirica trecentesca. Il linguaggio ha un’effusione  realistica, si apre nel gruppo di ritmi ad accogliere  le vibrazioni dell’asse immaginativo che si alimenta negli snodi di una parlata e di una cantabilità aperta, fluida, con toni elegiaci. Ecco il passaggio dalle assonanze del dialetto popolare all’incidenza di una lingua che diventa poesia nel momento in cui la fantasia seleziona accortamente le parole e il prorompere delle immagini di guisa che il paesaggio si materializza in Cerino, si identifica nei versi, diventa topos dell’anima, un po’ come accadeva alla Romagna  “dolce e solitaria” di Pascoli, alla Sardegna della Deledda, alla costiera salernitana di  Alfonso Gatto. Le continue percussioni  evocative sui ricordi delle località cittadine, (si veda il volume “Pausilipon”, sottotitolo, “Liriche della collina) , sui miti e sulle tradizioni folkloristiche sfogliate di retorica, ci riferiamo al poema scenico “Pulicenella a Piererotta”, sono lo spazio entro cui si concretizza l’affabulazione dei mezzi espressivi e dell’ispirazione e forse Salvatore Cerino, prima di irrigidirsi in un ospedale di Napoli nella fissità del trapasso, ha ripercorso le sequenze colorate delle visioni di Mergellina e di Posillipo. Ha ancora registrato nell’anima i suoni di quel dialetto eterno, musicale, con il quale aveva cantato a cuore aperto come in questi versi da “Armonia di Posillipo” accesi da una luminosa metafora che colpisce e cattura l’attenzione dei lettori: “Pecchesto me sto sempe pe Pusilleco ca tutto me fa ntennere e capì” ‘e Pusilleco singh’io e Pusilleco è do mio!”

 


Intervento di Renato Filippelli
dai fatti al web

Salvatore CerinoSalvatore Cerino
Napoletano a tutto tondo, Cerino ha scritto quasi tutte le sue opere nel dialetto della sua città, inventando un dialetto icastico e musicale nello stesso tempo. La sua principale fonte ispirativa è la zona di Mergellina, alla quale dedicò il suo primo di versi, lodato da lettori come E.A. Mario e Libero Bovio. Negli anni della maturità si volse alla poesia di impegno etico civile, deninciando i mali sociali di Napoli e le inadempienze delle varie amministrazioni comunali. Anche trattando questa materia, generalmente refrattaria alla poesia, Cerino riuscì a salvare le ragioni della poesia come rappresentazione fantastica e come confessione di stati d’animo. Siamo stati per anni buoni amici. A volte abbiamo percorso in lungo e in largo la Napoli degli anni Settanta invasa da un traffico caotico, che minacciava di morte i due sodali e soprattutto lui, Salvatore, che camminava declamando i suoi versi tenendo alte le braccia come un antico sacerdote o come un profeta del Vecchio Testamento.
Don Salvatore morì nel 1992; l’amministrazione comunale di Napoli il 12 luglio 2000 stabilì che fosse posta una lapide marmorea su una facciata della casa che egli aveva abitato negli ultimi anni. La lapide reca 4 versi di una delle liriche più librate fra la natura e la dimensione del divino:

“Tutt’ o criato
è n’armunia che canta!
Mentr’io ncantato
saglio ncielo e sento”


Delle sue figlie, Grazia, può dirsi figlia d’arte, avendo scritto e pubblicato alcuni testi di delicata poesia.






































































 
 
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